Franco Angeli, Lupa capitolina. Smalto su tela con tulle, 100x120 cm. ©Farsettiarte

Roma Pop City ‘60-67: Evviva il consumismo!

Quando pensiamo a Roma negli anni ‘60-67, abbiamo in testa, e nel cuore, una città Felliniana, con l’immagine di Anita Eckberg che cammina con un gatto sulla testa fino a ritrovarsi davanti alla Fontana di Trevi e, presa da una voglia libidinosa, vi si va a bagnare dentro, sotto gli occhi stravolti di Marcello… che finisce per raggiungerla, pieno di desiderio, al richiamo: “Marcello come here!”… (brividi) È proprio un cliché, non è vero? Indubbiamente, infatti, questo può essere preso come un aspetto simbolico di tale periodo: l’incontro tra la cultura Italiana e Americana in una società in pieno boom economico, un’influenza mutuale che trova il suo spazio nel mondo dell’arte, annunciando l’alba di una nuova era.

Franco Angeli, Lupa capitolina. Smalto su tela con tulle, 100x120 cm. ©Farsettiarte
Franco Angeli, Lupa capitolina. Smalto su tela con tulle, 100×120 cm. ©Farsettiarte

Cosi, nello stesso tempo, nasce a Roma la famosa Scuola di Piazza del Popolo, di cui fanno parte numerosi artisti quali: Franco Angeli, Nanni Balestrini, Gianfranco Baruchello, Umberto Bignardi, Mario Ceroli, Claudio Cintoli, Tano Festa, Giosetta Fioroni, Jannis Kounellis, Sergio Lombardo, Francesco Lo Savio, Renato Mambor, Gino Marotta, Titina Maselli, Fabio Mauri, Pino Pascali, Luca Maria Patella, Mimmo Rotella, Mario Schifano, Cesare Tacchi, Giuseppe Uncini. Questi si servirono della Pop Art Americana per farne un’arte in “salsa italiana”, che metteva in relazione popolo, spazi urbani di Roma, TV, pubblicità, consumismo di massa, simboli particolari dell’eredità culturale italiana.

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Mimmo Rotella, Sua Maestà la Regina (classico), 1962. Decollage su tela, 93 x 136 cm, Collezione privata.

Dalla loro parte la provocazione artistica è più lieve, se paragonata a Piero Manzoni e la sua opera Merda d’artista: questa, influenzata dal ready-made di Marcel Duchamp, consiste in una scandalosa serie di 90 barrattoli di latta riempite con gli escrementi dell’artista, riportanti l’etichetta: “Merda d’artista. Conservare al naturale. Prodotta ed inscatolata nel maggio 1961.”, valutate 30 grammi d’oro ciascuna.

Cercavano, piuttosto, di produrre opere che fossero uno specchio diretto della mutazione sociale, dei cambiamenti che questa porta e del modo di adeguarcisi.

Mario Schifano fu la figura principale di questo movimento. La sua prima creazione, che rientra nell’ambito del pop fu Coca-Cola del 1962. Scelse di raffigurare solo un pezzo del famosissimo logo, mostrando cosi il grande potere della pubblicità sul popolo: nella rappresentazione, anche se “sopravvissute” solo due lettere, lo spettatore riconosce immediatamente il prodotto a cui l’artista fa riferimento, e l’opera diventa accessibile a lui, come a tutti.

Mario Schifano. Coca Cola, verso 1962. Serigrafia in bianco e rosso su carta d’imbalagio, 101.5 x 101 cm.
Mario Schifano. Coca Cola, verso 1962. Serigrafia in bianco e rosso su carta d’imbalagio, 101.5 x 101 cm.

Quegli anni incantati, dell’Italia e della città eterna, Roma, sono celebrati in questi mesi al museo MACRO di Roma, dal 13 luglio al 27 novembre 2016, nella mostra “Roma Pop city 60-67”. In esposizione più di 100 opere diverse fra dipinti, sculture, fotografie, film ed installazioni… Quindi non perdetevela!

Leïla Vasseur-Lamine.

 

Parkstone International:

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Pop Art

The Pop Art Tradition

Warhol

 

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